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lunedì 22 giugno 2009

L'ombra del vento - Carlos Ruiz Zafon

Io non sono capace a leggere un solo libro per volta. Non ce la faccio, è più forte di me. Anche quando sono alle prese con un libro che mi piace moltissimo. Non riesco a resistere alle contaminazioni e poi, diciamolo, ogni libro ha il suo momento per essere letto. Mi spiego meglio. Ora sto leggendo:
* Tito Maccio Plauto - Commedie scelte (edizione Sonzogno degli anni '20 del secolo scorso)
* Carlo Collodi - Le avventure di Pinocchio (lo leggo un capitolo per sera con le mie bambine)
* Albert Speer - Memorie del Terzo Reich (lo leggo a spot e grandi capitoli. Sono circa 700 pagine)
Qualche giorno fa è finito sul mio comodino per essere letto un nuovo libro. Si tratta di l'ombra del vento di Carlos Ruiz Zafon.



Non ci è finito perché lo abbia scelto. Me lo hanno prestato, ma attenzione: non mi è arrivato con il commento è molto bello, leggilo. Mi è arrivato tra le mani con il commento è un libro che parla di libri, leggilo. La cosa è quanto mai subdola, incerta, dubbia, e incredibilmente affascinante.
L'osservazione nasce spontanea: sono così attratto dai libri che basta dirmi che un libro parla di libri per rendermelo simpatico? La risposta è chissenefrega, se mi piace!
Poi ci sono precedenti illustri! Quanti libri parlano di libri. Più o meno tanti quanti sono i film che parlano di film.
Ve ne dico solo tre, diversi, ma talmente diversi che possono racchiudere tutti gli altri.
Il primo è un libro che parla della perdita di un libro e del suo ritrovamento ed infine della sua distruzione. Insieme parla di una biblioteca e del mondo che le gira attorno. Beh a questo punto l'avrete capito è Il nome della rosa di Umberto Eco. Un libro che avrò letto almeno quattro volte, perché mi piace il suono delle parole che vi sono scritte.
Il secondo è un libro che parla della ricerca e della distruzione dei libri. L'avrete capito: si tratta di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Un libro che mi ha fatto venire il timore che i libri possano andare perduti. Un libro che mi ha fatto venire voglia di esercitare la mia memoria e di mandare a mente un libro. Per ora non ho un libro intero, ma potete chiamarmi XXVI Inferno (ho nella testa, disponibile ogni volta che volete, il canto XXVI dell'Inferno di Dante, quello di Ulisse e Diomede).
Il terzo è un libro che parla dello scrittore, dei suoi libri e dei suoi personaggi. E' un libro sul doppio, e sul doppio che fa paura. E' La metà oscura di Stephen King. Un libro che fa capire con la pelle d'oca che la parola scritta ha una forza che va oltre lo scrittore. Con la parola scritta bisogna fare in conti.

Ora inizio questo nuovo libro, con molte aspettative che spero non saranno deluse. Ho appena cominciato e francamente ancora non ho capito se è un buon libro oppure no (ma sono solo al secondo capitolo). Diciamo che vi farò sapere. Un po' come si dice ai provini e ai casting.

P.S. Cercherò di scoprire se sulla scia di Bradbury c'è qualcuno che impara a memoria i libri. Vi farò sapere in un altro post.

mercoledì 18 febbraio 2009

La casa dalle finestre che ridono

Dopo tanta attesa sono finalmente riuscito a vedere un film speciale: la casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati. Il film racconta di un restauratore che viene chiamato per restaurare un affresco fatto da un pittore morto suicida. Accadono però strane cose nel paesino del ferrarese teatro della vicenda. Quando anche la morte fa la sua comparsa, il reastauratore comincia ad indagare incuriosito e porta a galla, per la gioia dello spettatore, tutto il marcio che giace sotto la maschera borghese dei cittadini del luogo.
credits: movieplayer.it
Il film è straordinario, uscito nelle sale nel lontano 1976, conserva tutto lo smalto e la brillantezza di allora. E' di un anno posteriore a Profondo rosso di Dario Argento, ma ricorda di più i primi film del grande Dario. I ritmi somigliano a quelli di L'uccello dalle piume di cristallo e Il gatto a nove code, anche se Avati ha ambientazioni più noir, cupe, quasi introspettive. L'uso della macchina da presa è molto interessante ed il montaggio alterna primissimi piani di mani, tasche ed oggetti a riprese in medio campo dello straordinario Lino Capolicchio. Un film elegante, misurato, esteticamente ricercato, affascinante.
Nonostante 20 anni lo separino dall'Arcano incantatore c'è un sottile filo che unisce i due films; un filo fatto di mistero, di non detto, di persone che non sono quello che sembrano, di ineluttabilità degli eventi.
 
artefice